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Da quando sono iniziati i negoziati tra Stati Uniti e Russia per cercare di porre fine alla guerra in Ucraina, l’Europa si è ritrovata coinvolta in un circolo vizioso: mentre le superpotenze straniere giocano a scacchi con il destino del globo, lei, nel frattempo, è costretta ad assistere, da lontano.
Trump ha scelto di lasciarla da sola a farsi strada nei tumulti odierni, a risalire dal nero tunnel che sta rivoluzionando l’intero assetto geopolitico finora delineatosi. In fondo, un chiaro segnale di allontanamento era già giunto dalla Conferenza di Monaco del 14 Febbraio, durante la quale il Vicepresidente americano JD Vance aveva manifestato tutto il suo dissenso nei confronti di un’Unione Europea in cui, dal suo punto di vista, la “libertà di parola è in ritirata”. Un terreno di confronto si è trasformato così velocemente in motivo di scontro, al punto che l’Europa non sarà neanche richiesta come una delle protagoniste della trattativa tra Stati Uniti e Russia svoltasi il 18 Febbraio a Riad, in Arabia Saudita. Eppure, anche in quell’occasione, nonostante l’evidente volontà di escludere quella che ormai viene considerata come una potenza di importanza effimera, il Vecchio Continente ha continuato a persistere nell’impassibilità, mentre, nel profondo, si alimentavano sempre più i suoi timori.
In tutti i brutti sogni, però, è necessaria la scossa che desta chi sembra ancora dormire, quello spavento che gli fa aprire gli occhi: l’eccessiva vicinanza tra Russia e Stati Uniti (resa manifesta non solo dalle parole dei rispettivi leader, ma anche dall’appoggio di Trump a Mosca durante due differenti votazioni presso l’Assemblea Generale dell’ONU), ma soprattutto l’indebolimento dell’Alleanza Atlantica hanno fatto smuovere a tal punto gli animi europei da arrivare a una conclusione che non passerà sicuramente inosservata a livello mondiale (almeno questa volta).
“La questione non è più se la sicurezza dell’Europa sia minacciata in modo molto reale. O se l’Europa dovrebbe assumersi maggiormente la responsabilità della propria sicurezza… La vera questione di fronte a noi è se l’Europa sia pronta ad agire con la stessa decisione della situazione. E se l’Europa è pronta e in grado di agire con la velocità e l’ambizione necessaria”, si è espresso Ursula Von Der Leyen in maniera così diretta il 4 Marzo per preannunciare la decisione che il Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo, riunito in seduta straordinaria a Bruxelles, approverà ufficialmente 2 giorni dopo: il ReArm Europe, il piano di riarmo europeo atto a potenziare la “difesa comune” del Vecchio Continente. Fin dal 2017, l’UE aveva introdotto programmi volti a finanziare progetti collaborativi di difesa tra Stati membri, fra cui il Fondo Europeo per la Difesa (EDF) o il Programma Europeo per l’Industria della Difesa (EDIP), ancora in fase di trattativa. La volontà di mantenere quest’area di interesse sotto la sovranità nazionale ha sempre fatto sì che i vari componenti dell’Unione Europea fossero riluttanti nel consentire all’esecutivo europeo di ottenere troppa importanza nel settore. Contrariamente, la necessità di portare avanti un piano come il Rearm Europe, proprio per evitare di cadere sotto l’egida dell’inquietante binomio Stati Uniti-Russia, ha portato da una parte alla facilitazione degli aumenti del bilancio militare nazionale, dall’altra a una garanzia di coordinamento sul tema in tutto il continente.
Per quanto riguarda il primo punto, l’obiettivo è quello di far raggiungere a ogni Stato una spesa pubblica in campo strategico-difensivo pari almeno al 2% in rapporto al PIL, cifra che alcuni Paesi vantano senza timore (un esempio è quello della Polonia, che supera il 4%), ma che Nazioni come l’Italia o la Spagna non toccano, fermandosi all’1,5%. Per ottenere il risultato sperato, la Commissione europea permetterà l’attivazione della cosiddetta “clausola di salvaguardia nazionale”, sancita dall’articolo 26 del nuovo regolamento SGP n. 2024/1263 del Patto di Stabilità e Crescita (PSC). Il fine, come ribadito, è quello di consentire una maggiore flessibilità per far sì che i limiti del debito non diventino ostacoli per l’urgente necessità di aprirsi alla spesa pubblica militare, rimanendo comunque in un ambito di “domaine régalien” degli Stati membri. In base alla disposizione, ogni Paese, sempre per personale iniziativa, ha la possibilità di sforare dal deficit nazionale per “circostanze eccezionali al di fuori del [loro] controllo (…) [che] hanno un impatto importante sulle [loro] finanze pubbliche”: con questa pratica, i partecipanti UE potranno superare del 3% il rapporto tra PIL e debito senza incorrere in sanzioni, a patto che ciò sia finalizzato al sostegno della Difesa. In merito a questo aspetto, si sono espressi due teorici del think tank “Jacques Delors Centre”, Guttenberg e Redeker, secondo i quali la volontà di mantenere una sostenibilità fiscale in un momento di estreme incertezze tramite questa flessibilità non verrà raggiunta: da un lato, perché non si otterrà sicurezza a lungo termine in merito alle risorse disponibili per la spesa in campo militare; dall’altro, fare affidamento su una clausola emergenziale potrebbe condurre a forti reazioni di mercato, se non addirittura a “un’altra crisi dell’euro”. In ogni modo, l’aspettativa della Commissione di un margine di bilancio di 650 miliardi risulterebbe una visione eccessivamente positiva.
Un ulteriore contributo giungerà dai Fondi di Coesione Europei, parti del bilancio UE di cui si è usufruito a livello storico per aiutare le aree economicamente e socialmente più arretrate degli Stati membri. Una misura opzionale (a discrezione dei singoli Paesi) che consentirà di sviluppare risorse a sostegno dell’obiettivo strategico, a patto che vi siano dei vantaggi anche in ambito civile. Anche la Banca Europea per gli Investimenti (BEI) andrà ad apportare modifiche al suo attuale status per poter compiere, in qualità di banca pubblica, degli investimenti a lungo termine, tanto che sono previsti 14 progetti da far finanziare proprio all’istituto di credito. Inizialmente, l’ente poteva occuparsi di prodotti che fossero allo stesso modo utili in campo militare e civile. Il primo cambiamento era arrivato nel 2023, quando il Presidente Nadia Calviño aveva ammesso la sovvenzione di articoli principalmente a scopo difensivo, a patto che non presentassero alcun rischio letale (come armi o munizioni) e mantenessero una plausibilità di domanda civile: potevano essere, quindi, presi in considerazione veicoli da trasporto, caserme militari o tecnologie anti-jamming.
L’obiettivo ultimo dei leader della BEI è quello di influenzare gli altri istituti bancari per entrare a far parte degli ora vantaggiosi progetti di difesa, invece che evitarli per motivi etici: addirittura la Banca belga Belfius ha acconsentito a finanziare società strategiche nei Paesi membri della NATO. E in che modo, invece, il “Rearm Europe plan” ha previsto di strutturare il coordinamento tra i vari Stati membri dell’UE riguardo il settore difensivo? Il progetto è destinato a sostenere un pacchetto di 150 miliardi (da proporre sottoforma di prestiti garantiti dal bilancio dell’Unione Europea) che verrebbe investito in strumentazioni finora di basso interesse, tra cui difesa aerea e missilistica, protezione delle infrastrutture o sistemi di artiglieria. Il fine, oltre ad abbassare i costi di 27 Paesi che si muovono individualmente per compiere nuovi acquisti e sviluppare nuove tecnologie, è quello di consentire l’interoperabilità tra gli Stati membri e aprirsi a una sorta di coordinamento.
Ed ecco che della “sindrome di collettività” approfittano, in particolare, Francia e Germania, che non restano a guardare nel momento in cui gli viene offerta la ripresa economica sul piatto d’argento. La KNDS Group, joint venture franco-tedesca produttrice del carro armato Leopard 2 e del veicolo da combattimento Puma, ha di recente acquisito un’ex fabbrica ferroviaria a Görlitz per ampliare la sua capacità produttiva; d’altra parte, in Germania, da Wolfsburg, quartier generale della Volkswagen, giunge la notizia da parte dell’amministratore delegato dell’azienda, Oliver Blume, per cui il colosso dell’industria automobilistica sarebbe pronto a considerare la conversione di parte dei suoi stabilimenti per sviluppare equipaggiamenti militari da inviare all’esercito tedesco. Dopo anni di crisi nel settore, dovuti a costi esageratamente elevati e competizione cinese, la proposta di un fondo dal Governo di 500 miliardi, insieme alla sospensione del “freno al debito”, potrebbe aprire alla VW una visione ottimistica a lungo termine, senza che debba più preoccuparsi di possibili tagli di capacità o posti di lavoro a rischio.
“La paura e l’interesse sono i principi della società”: Hobbes voleva interpretare così il mondo che ci circonda. E con il “Rearm Europe” si manifesta un bivio. Cosa prevale? La paura che nasce dall’eccessivo amore per la propria patria o gli interessi di chi paura non la ha, ma la fa scaturire nel proprio gregge?
Di Vittoria Schina