Aprile 1993: dalla Prima Repubblica al “lancio delle monetine”

Aprile 1993: dalla Prima Repubblica al “lancio delle monetine”

A chiunque abbia un minimo di sensibilità politica sono ben note le vicende di quella sera del 30 aprile 1993, quando a Roma davanti all’Hotel Raphaël si verificò l’emblematico lancio di monetine, e non solo, verso l’allora segretario del Partito Socialista Italiano. Ma le vicende che portarono alla crisi della politica [e rifacendosi a R. Rémond, del politico] hanno radici ben più lontane e godono di una singolare e intricata complessità.

Hotel Raphael

È difatti necessario risalire agli eventi caratterizzanti il decennio compreso tra i tardi anni Sessanta e i tardi Settanta, che si verificarono con una reazione a catena a partire dal fallimento in Occidente di una capacità rivoluzionaria della politica, alla crisi dell’equilibrio postbellico dei rapporti fra Stato e mercato, ad accelerati processi di trasformazione sociale ed integrazione in una realtà internazionale.

Inoltre andava fronteggiata la crisi del debito pubblico e l’inflazione.

Negli anni Ottanta, nell’ala di sinistra, più esattamente tra Psi e Pci, si svolse uno scontro sul piano intellettuale e strategico riguardo le vie percorribili per arginare l’ormai più che affermata crisi della rappresentanza politica. Il partito socialista di Craxi, dal canto suo, ambiva a restringere i campi d’azione della politica (nel sociale e nell’economico) e contestualmente donare spazio all’autonomia della società civile.

Ciò poteva essere reso possibile tramite un’ambiziosa riforma costituzionale, volta a irrobustire il vertice del potere esecutivo per contrastare i numerosi veti posti in Parlamento, che ostacolavano lo svolgimento dei lavori. Questa ambizione del Psi si rivelerà più avanti rovinosamente utopistica. Dall’altro lato, il Pci muoveva la sua critica, basata non sull’espansione della politica in campi che non le concernevano, o di malfunzionamento delle istituzioni repubblicane, bensì su un grave venir meno di moralità all’interno di essa.

La soluzione socialista risultava dunque addirittura nociva alla vita pubblica italiana, secondo il Pci; unica ancora di salvezza rimaneva piuttosto il subordinare le logiche della politica a logiche etiche. Anche questa, c’è da dire, risultava essere una linea guida quantomeno vaga, figlia di un fallimento storico e dell’esaurirsi delle opzioni strategiche alternative, estremo tentativo di portare le conseguenze della conventio ad excludendum su un piano di diversità resa nobilitante.

Il sistema politico italiano si presentava storicamente fratturato da polarizzazioni tematiche (per esempio: destra/sinistra, laici/cattolici); tra il 1992 e il 1994, durante l’XI Legislatura, se ne aggiungeva un’altra: la distinzione tra vecchio e nuovo. L’opinione pubblica del tempo si permeava di quello che venne chiamato “nuovismo” ovvero il volersi liberare a priori del ceto di governo, giustificatamente o meno, senza tener conto di meriti o demeriti, come obiettivo principale.

A ciò si aggiungeva la delegittimazione del ceto di governo mossa dalle iniziative della Magistratura e dal punto di vista dei media. Contestualmente, falliva il tentativo del Decreto Conso, che mirava alla depenalizzazione dei reati attinenti alla violazione della legge riguardante il finanziamento pubblico dei partiti.  Passarono invece con il “Sì” gli 8 Referendum abrogativi del 18 aprile 1993, tra cui i più importanti, quello della legge elettorale del Senato, che introduceva il sistema maggioritario, e il Referendum sull’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti.

Si delineava ormai chiaramente come Craxi si ritrovò nella parte del “vecchio”, come elemento statico in un sistema dinamico. Craxi era legato all’uso di strumenti politici tradizionali, tali l’accordo fra partiti e l’azione di governo, sicuramente inefficienti per una riforma della politica, giunti al punto storico nel quale si era. Finiva così per apparire un difensore del vecchio sistema, rafforzato dal fatto che si contrapponeva all’unica prospettiva concreta: il Referendum sulla legge elettorale.

Inoltre si sospettava si opponesse per difendere la posizione del proprio partito. A seguito del voto, il 22 aprile, il Governo Amato si dimise e quattro giorni dopo, in assenza di capacità da parte dei partiti di creare un nuovo Governo, il Presidente della Repubblica Scalfaro diede a Ciampi l’incarico di formare il Governo, nel quale entrarono per la prima volta dal 1947 tre ministri postcomunisti.

Lo stesso pomeriggio si svolsero le votazioni per l’autorizzazione a procedere nei confronti di Craxi, che trovandosi a cavallo tra giuramento e fiducia, minarono la stabilità del Governo. Di notevole spessore fu il discorso Craxi, inerente al finanziamento politico irregolare ed illegale dei partiti, di denuncia del sistema alla ricerca di un capro espiatorio. Toccò inoltre la politicizzazione della Magistratura, concludendosi con la premonizione del fallimento che avrebbe avuto questa rivoluzione di facciata.

Massimo D’Alema in un’immagine ripresa il 9 Maggio 2013 a Firenze ANSA /CARLO FERRARO

I democratici di sinistra si divisero su come gestire la crisi e sulla fiducia a Ciampi, creando due correnti: quella di Occhetto e quella di d’Alema. Analogamente, tutti gli altri gruppi politici assunsero semplicisticamente 2 macroposizioni: quella di Craxi, che depoliticizzava, perché di fronte all’aggressione politica delle procure proponeva la sospensione del conflitto interno alla classe politica; quella di Paissan (Verdi), che depoliticizzava, perché chiedeva che la politica rinunciasse a priori a valutare le iniziative della procura nei loro profili politici e non tecnici.

Passarono 2 capi d’imputazione su 6: l’autorizzazione a procedere per violazione delle norme sul finanziamento ai partiti a Roma e Milano con 314 voti favorevoli e 244 contrari e per corruzione a Roma con un margine di soli 4 voti. I voti contrari sembrarono tanti, risaltò la discrepanza tra i voti palesi in Giunta (dove l’autorizzazione fu votata all’unanimità) e quelli segreti in Aula, in cui si manifestò l’ipocrisia di chi era stato raggiunto dall’avviso di garanzia e segretamente temeva per sé stesso.

Governo Ciampi 1993

Questo fatto fece molto scalpore nell’opinione pubblica e venne letto come un tentativo di un ceto politico corrotto e detestato di arroccarsi a difesa dell’indifendibile. Il 29 aprile il Pds ritirò il sostegno al governo Ciampi e i suoi tre ministri si dimisero. In questo clima politico si giunse alle manifestazioni del 30 aprile, tra le quali quella emblematica del “lancio delle monetine”, caratterizzata da una piazza indistintamente “rossa e nera”.

Viene naturale riconoscere col senno del poi, mossi solo da una neutralità storiografica, che in quegli anni gli Italiani cercavano un capro espiatorio su cui riversare le colpe. Nasceva il bisogno di trovare qualcosa a cui aggrapparsi per fuggire le angosce. Esse scaturivano soprattutto dalla reale sensazione dell’avvicinarsi di un periodo infelice e di dura crisi economica, conseguenza di un trentennio vissuto sopra le proprie possibilità.

Ovviamente questo capro espiatorio era stato rinvenuto nella classe politica, con Craxi come emblema. La classe dirigente non era innocente, ma l’opinione pubblica le attribuì colpe maggiori per evitare di prendere le proprie responsabilità e affrontarne le naturali conseguenze.

“Tangentopoli non fu un bagno di purificazione e presa di coscienza, di ritorno alla legalità, ma fu un esorcismo” (semicit. Giovanni Orsina).

Ursula B. Troiani

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