Verso quale futuro si sta dirigendo la musica? Cosa sono i vocaloidi? La macchina sostituirà la voce umana?
Per rispondere a queste domande bisogna dialogare con Albert Hera, esperto del suono e figura chiave per un canto che dialoga con la spiritualità, creando un ponte tra la natura ancestrale della phoné condivisa (circle singing) e le visioni orientali sul senso della forza energetica della musica. Ascoltare un artista così unico e dalle capacità impressionanti di condurre il suono in territori sconosciuti offre lo sguardo, o meglio ancora “la visione”, sull’interiorità dei significanti e del processo mnemonico che ne consegue per l’uomo, ovvero l’attività esperienziale.
Qual è il primo suono che ricordi di aver sentito?
È molto complesso perché la phoné non ha ricordi, non si tratta di qualcosa che arriva dall’esterno come il primo bacio. È come se ti chiedessi di ricordare il primo battito del tuo cuore o quando ti sei mosso per la prima volta. È estremamente difficile definire un processo legato a qualcosa che nasce insieme a te e che è già attivo nel momento in cui sei vivo, perché il primo suono che produci dopo essere stato partorito è un urlo. Quindi la realtà oggettiva è che nasci già con il suono e dunque non hai un processo mnemonico attivo che è quello esperienziale. Ad esempio, se parliamo di ricordo parliamo di un processo cognitivo a breve termine e lungo termine. La memoria si attiva nel momento in cui fai esperienza di un qualcosa che non hai. Per cui non è possibile avere ricordo della prima relazione attiva con la vita perché è insita nell’essere umano e il cervello connette quella realtà dal momento che tu sei vivo, nel momento che vieni al mondo. Posso però raccontarti quando ho iniziato a cantare o a suonare, quello si, perché si tratta di un’esperienza che trasduce da quel che è fondamentalmente phoné. Ecco perché penso che la voce sia una carta d’identità sonora che rispecchia oggettivamente ciò che siamo. Abbiamo già un documento che definisce le nostre generalità e quindi nascita, altezza, colore degli occhi e capelli, ma non ci siamo mai chiesti quale sia invece la carta d’identità che definisce la nostra voce e quando la registriamo non ci piace mai, soprattutto le prime volte. Questo avviene perché non stampiamo mai la nostra carta sonora e invece andrebbe fatto per poter conoscere noi stessi. Quando non facciamo fare l’esperienza ai ragazzi sulla loro voce gli stiamo in realtà togliendo l’opportunità di conoscere il tratto che li delinea, li distingue, e questo la scuola lo sa bene ed è per questo che non se occupa. Fare questo tipo di esperienza vuol dire chiudere un cerchio. È come se io non ti dessi l’opportunità di guardarti allo specchio. È molto subdola questa cosa qui ma in realtà rappresenta un problema reale e chi gestisce l’istruzione dei giovani sa bene che esperienze di questo tipo ti aprono la mente fornendoti una sorta di detonatore di società.
A proposito di cerchio e di identità, cos’è il circle singing e come si articola?
Si tratta di un’attività che per certi versi può anche essere intesa secondo un tema ludico in cui un gruppo di persone radunate in cerchio cantano e sviluppano in modo creativo la linea improvvisata corale. In realtà il circle singing è un’attività improvvisata che nasce con due fondamenta: l’esistenza di una figura che attiva il processo creativo e poi il cerchio che determina una ricezione di questo processo e costruisce quelle che vengono definite “canzoni circolari” che hanno una valenza per certi versi esperienziale. Tutto ciò non ha nulla di eclatante in realtà, perché all’ordine dell’esistenza umana la ritualità vive proprio in questo modo. Basti pensare all’ambito africano in cui la danza e il canto per la pioggia, per una persona cara o per una divinità hanno una potenza incredibile. Questa visione del cerchio fa parte del nostro sistema che però abbiamo disinibito e, per certi versi, cancellato dalla nostra tradizione. Nulla toglie che alcune tracce si trovino ancora nel folklore e nei canti della nostra terra, in cui il fatto di stare in cerchio assume una componente fondamentale e penso soprattutto al canto sardo o al trallallero nell’ambiente ligure. Vi sono fortunatamente delle modalità in cui il cerchio vive ancora. Quindi in sé il circle singing è un qualcosa che nasce nel tempo e che abbiamo tendenzialmente dimenticato a favore della modernità, di una progressione dell’essere umano verso un concetto di società meno circolare e più globalizzata ma anche lineare sia in forma orizzontale che verticale (escalation o gerarchia), ma che quando esce fuori ci permette di pregustare il ricordo di quel che eravamo. È un canto liberatorio per tutti in cui, tra l’altro, non esiste il più bravo o il meno bravo ma soltanto il cantore di circle singing. Tutto che tu fai attraverso quest’esperienza contribuisce all’energia del cerchio.
La musica ha una funzione spirituale?
Il senso di spiritualità, sai, viene un po’ distorto certe volte. Abbiamo paura quando si parla di spirito ma allo stesso tempo ci affascina perché percepiamo quella parola con un senso di mistero che per certi versi può essere dark ma anche white. Quindi in realtà quando ci avviciniamo alla spiritualità dobbiamo avere un concetto forte di come possiamo distribuirla. L’uomo ha bisogno di connettersi, di rendersi vivo nel mistero. Il circle singing ha una sua spiritualità e potrei definirla “agricola”, quell’elevazione contadina che riesci a toccare perché si tratta di una forza umana che contribuisce ad una relazione. Esiste una potenza nell’insieme e non nell’individualità. In un mondo globalizzato dove l’individualismo è l’essenza, il cerchio spaventa perché devi togliere la tua individualità per essere al servizio dell’altro e questo è importantissimo anche secondo i valori spirituali. La preghiera, ad esempio, ha una sua forza se nella vita agisci secondo un principio morale e spirituale. Attenzione, attraverso l’esperienza del cerchio capisci che esiste una polis, che esiste una diversità tra i partecipanti ma che dev’essere in funzione dell’intero gruppo, nel rispetto dell’altro. Insomma ci educa allo stare insieme.
In un articolo su Sing Network ti sei occupato dei vocaloidi. Cosa sono? Secondo te la macchina sostituirà la voce umana?
In realtà, la nostra società si sta orientando in quella direzione. Ho voluto scrivere quell’articolo provocatorio per mettere in evidenza un aspetto: se non ci rendiamo conto dove diamine ci stanno conducendo, quando saremo in quel luogo dove volevano che arrivassimo non potremo più combattere, perché ormai ci avranno abituati a questo processo. Un vocaloide, come un robot, non contesterà mai il produttore, non si stancherà certamente e sarà in grado di fare cinquanta concerti uno di fila all’altro. Potrà essere una macchina da soldi il vocaloide? Purtroppo si, perché non è umano. Farà quello che dico io come l’ho programmato. Ma come si fa a condurre la gente in questa strada? Mutando la voce. Infatti, se ascolti i cantanti, questi vengono già manipolati da una funzione di intelligenza artificiale con l’utilizzo dell’autotune.
Mahmood e gli altri stanno già intervenendo con questi sistemi e anche se non ce ne accorgiamo, ci stiamo già abituando ad una voce vocaloide. Quella che ascoltiamo non è la voce di Battisti, De André, Guccini, Battiato in cui i sistemi non erano alterati ma originali e imperfetti. Attualmente, invece, la nostra voce è alterata e quindi ci stiamo avvicinando al sistema di vocaloide che per certi versi vuole essere perfetto. La domanda da porsi è: dove andremo a finire? Questo non lo so, ma intanto in quell’articolo ho dettato la mia coscienza cercando di far svegliare qualcuno per poter combattere contro questi processi dannosi. Credo che in questi tempi bisogna stare attenti, perché pian piano ci hanno cancellato l’importanza della musica e così un po’ per volta ci cancelleranno l’importanza del canto e un po’ per volta ci cancelleranno l’importanza dell’arte. Alla fine saremo persone che avranno le emozioni completamente inibite. Quando il potere avrà raggiunto questo, forse, sarà felice. Quando tutto ciò avverrà io probabilmente non lo vedrò ma se esiste l’aldilà mi farò tante di quelle risate, perché i signori potenti dovranno ritornare alla clava, a darsi le martellate in testa, perché con una società totalmente al proprio servizio col passare del tempo ci si annoia, perché per questi personaggi non ci sarebbe più gusto. Questo secondo me è il futuro dell’illuminismo, illuminarci di un passato e non di un futuro. Io, sinceramente, con questo futuro credo di non averci nulla a che fare. Ecco, per rispondere alla tua domanda, questo è ciò che è e sarà il vocaloide. Questo è l’uomo che sarà, un ologramma, un robot, e quindi bisogna prenderne coscienza e lottare come si può. Non è un giochino da playstation ciò che stiamo vedendo, è molto più subdolo ed è pericoloso.
A cura di Francesco Latilla