Freaks out: Nicola Guaglianone si racconta tra sogni e ombre

Freaks out: Nicola Guaglianone si racconta tra sogni e ombre

“La nostra vita non è un sogno ma forse lo diventerà”. (Novalis)

 

Nicola Guaglianone è lo sceneggiatore per eccellenza del cinema italiano contemporaneo. Più volte candidato ai David di Donatello, questa sera concorre per l’ambita statuetta come migliore sceneggiatura originale con il suo ultimo capolavoro: Freaks out. Tutto è magia nel cinema di Nicola Guaglianone, ma non si tratta però di una magia fatta di trucchi e incantesimi, ma di mistero e meraviglia che avvolgono le piccole cose trasformandole in straordinarie e donando al noto il fascino dell’ignoto. Con il suo ultimo film torna nuovamente al fianco di Gabriele Mainetti (Lo chiamavano Jeeg Robot) e regala ai sognanti spettatori una sinfonia di immagini che riescono ad illuminare le notti terribili della seconda guerra mondiale con una lampada fatta di lucciole e sogni, tenerezza e crudeltà. Un’opera fiabesca e pulp che supera la realtà trasformandola in un sogno da cui non ci si vorrebbe svegliare mai. 

Freaks Out è un film dalla forte espressione artistico-visiva in cui si mescolano magia e tenerezza, illusione e carnalità. Da quale musa sei stato rapito per comporre un soggetto di alta forma espressiva?

Sicuramente da una musa ubriaca. Dopo l’inaspettato successo di Lo chiamavano Jeeg Robot io e Gabriele Mainetti, il regista di entrambe le opere, ci siamo interrogati su quale storia avremmo voluto raccontare perché da una parte sentivamo la responsabilità di continuare a creare qualcosa che potesse piacere a noi innanzitutto e poi anche a coloro che avevano amato Jeeg.

L’ansia è venuta soltanto nell’imbarazzo della scelta dato che io scrivo tanti soggetti per via di mille suggestioni. Così una mattina mi incontrai con Gabriele e portai su un foglio cinque o sei piccoli soggetti che sarebbero potuti essere gli spunti per un nuovo film. Tra questi ce n’era uno che racchiudeva Guardiani della galassia, Il mago di Oz e il neo-realismo italiano, con all’interno alcune tracce di commedia e molti elementi legati al fantastico.

Nicola Guaglianone con Gabriele Mainetti, regista e co-sceneggiatore di “Lo chiamavano Jeeg Robot”(2015) e “Freaks Out”(2021).

Una cosa che amo fare è rendere credibile l’incredibile, sempre, ed è una sfida che tento ogni volta di mettere in campo quando scrivo e infatti sono molti i film in cui ho giocato con questi elementi, ad esempio le gemelle siamesi a Castel Volturno di Indivisibili, il ritorno in vita di Mussolini nella Roma contemporanea con Sono tornato e così via.

Dal momento in cui io e Gabriele ci siamo messi a lavorare su questa strada ho stampato le foto di un uomo lupo, un bambino albino, Natalie Portman in Léon, un pinhead preso da Freaks di Tod Browning. Le abbiamo attaccate al muro e siamo rimasti a fissarle per una settimana e non ci veniva in mente nulla. Poi un giorno a pranzo gli dissi che avevo un’idea, anche se immaginavo che l’impresa sarebbe venuta a costare molto, così gli feci la proposta: “Perché non ambientiamo il film durante la seconda guerra mondiale?” e lì ho visto i suoi occhi brillare della stessa luce di quando gli chiesi di fare un film su un supereroe a Tor Bella Monaca.

Capii che eravamo sulla strada giusta e così, una volta a casa, cominciai a buttare giù un soggetto che poi è rimasto uguale a quella che è diventata la sceneggiatura, salvo alcuni piccoli tagli dovuti alle esigenze produttive  o di durata. L’idea era quella di raccontare una famiglia con delle tematiche che poi sono le stesse che ho usato nella maggior parte dei film che ho scritto, come ad esempio il contatto col diverso.

“Freaks Out”(2021).

Parlando proprio di diversità, in quest’opera i freaks rappresentano il punto chiave da cui partire per analizzare l’essere umano nella società, facendone però una poetica scultura le cui fragilità risiedono nel profondo. Come si scrive lo specchio dell’uomo senza farne una patetica macchietta?

Allora, non abbiamo mai voluto fare dei cliché sicuramente. Io ho lavorato nell’ambito del sociale, ho fatto il servizio civile in un centro d’integrazione sociale con anche minori sotto custodia penale e in un centro diurno di malati con problemi psichici.

Attraverso queste mie esperienze ho capito una cosa, si ha paura di ciò che non si conosce ma nel momento in cui vai a ficcare il naso in quelle realtà che prima ti erano sconosciute ti accorgi che ti incutono meno timore. Posso fare anche l’esempio con il racconto dell’eroe tematico, l’eroe di Joseph Campbell ossia colui che prima di abbandonare il mondo ordinario ed entrare in quello straordinario ha paura e questo deriva dal non conoscere ciò che è nascosto al di fuori di noi ed è proprio questa inconsapevolezza che rende ancora più mitico il viaggio e soprattutto a livello psicologico determina una sottile linea verso il proprio inconscio.

Abbandonare il proprio status quo, nonché luogo conscio della propria vita, ed entrare in zone sconosciute che vanno oltre quello che ci circonda quotidianamente rappresenta un passo importante e per questo fa sempre paura. Quindi ciò che abbiamo voluto raccontare attraverso il film è che le diversità sono un valore e posso assicurare a tutti che ogni qual volta che mi sono confrontato con culture diverse ne sono uscito con un forte arricchimento. 

In questo gruppo di supereroi delinei qualcosa che è totalmente distante da quelli che sono gli standard dei cine comic. A proposito di questo, quali sono stati i riferimenti da cui hai attinto? E come mai questi personaggi sono così veri a differenza di quelli dell’universo Marvel ad esempio?

Spesso hanno definito i film che ho fatto con Gabriele dei cine comic e io sinceramente non lo capisco fino in fondo. Non sono mai stato un grande lettore di fumetti e i primi che ho iniziato a leggere sono stati Topolino, ovviamente, e poi Diabolik e i porno di Pierino in età adolescenziale, per cui non sono mai stato un esperto di questo mondo. Sinceramente amo quei film, che siano della Marvel o anche della Pixar, in cui non si parla di supereroi ma di uomini con superpoteri e quando dico questo intendo uomini con delle paure, con delle fragilità, pieni di dubbi. 

Sono queste le cose che rendono il personaggio un essere umano. Ciò di cui parlo si rifà a quel che dicevo all’inizio, ossia rendere credibile ciò che non lo è facendo cadere queste figure in tutte le trappole sociali e psicologiche possibili, da qui deriva l’elemento della “svolta” che ho adoperato in molti film.  Il voler a tutti i costi “svoltare” è legato sempre a qualcosa di economico e sono interessato ad avvicinare a questa visione materialistica delle cose i personaggi che immagino, facendoli arrivare a quel momento in cui invece capiscono che la svolta è tutt’altro come per Enzo Ceccotti, il nostro Jeeg, quando s’innamora e si apre agli altri.

Quindi, dato che non amo la visione manichea tra buoni e cattivi, i personaggi che amo scrivere devono essere ricchi di sfumature essendo figure tridimensionali che hanno al loro interno tutte le contraddizioni dell’essere umano. Tendenzialmente parto da un impianto drammatico, un qualcosa che il protagonista deve risolvere a livello interiore. I miei eroi negativi, i cosiddetti “villain”, sono persone piene di paure e speranze che si scontrano con un muro.

Amo raccontare il loro fallimento, come avviene in Freaks Out in cui il personaggio di Franz sarebbe voluto diventare un generale alla destra di Hitler e invece è condannato a fare qualcosa di incredibile dato il suo talento ma a cui non crede. Questi desideri che poi non vengono realizzati, in molti villain che scrivo, generano frustrazione e questa poi si declina in violenza. 

Franz, personaggio di “Freaks Out”, è interpretato dall’attore tedesco Franz Rogowski.

Franz è un personaggio molto particolare perché incarna una serie di conflitti interiori che poi si proiettano su tutti i protagonisti e poi è forse il personaggio più riuscito del film. Da cosa nasce? c’è qualche riferimento occulto?

Una volta si diceva che gli sceneggiatori pensano per concetti e i registi per immagini. Io probabilmente sono uno sceneggiatore atipico perché spesso parto da un’immagine come è stato per il cortometraggio Tiger Boy, anche questo diretto da Gabriele.

La prima immagine sfocata di Franz nasce dall’immaginare un nazista vestito in alta uniforme dell’SS che sale su un palco e canta “Il mondo” di Jimmy Fontana, quindi chiudevo gli occhi e ascoltavo questa bellissima canzone lasciando libero sfogo alla mia fantasia. Poi mi sono chiesto come fosse possibile che nel 1943 questo canta una canzone di Jimmy Fontana e allora decisi di donargli il superpotere della chiaroveggenza, di predire il futuro, il ché comportava per il personaggio anche la condanna della Cassandra, nel non essere creduto.

Nacque così colui che è la vera e propria nemesi dei protagonisti del film perché mentre loro non si sentono a proprio agio in pista e hanno paura di uscire fuori, Franz è tutto l’opposto e invece di suonare il suo pianoforte in cui è bravissimo, vorrebbe essere in prima linea come il fratello ma è condannato dallo stesso Reich che lui ama tanto.

È condannato per via della sua “disabilità”, le mani con sei dita, che ha fatto di lui il pianista più bravo del mondo ma agli occhi di tutti un saltimbanco, oltre che un freak. 

Franz è un cucciolo alla ricerca del proprio posto, una mente devastata dalla follia la cui maledizione risiede nel sogno. Tra le ombre infantili, ce n’è ancora una che bussa alla tua porta per condurti a scrivere determinate opere?

Sicuramente ce ne sono state tante di ombre dato che da bambino ero molto pauroso. Mia madre era napoletana e molto vicina a discorsi esoterici e ho avuto tanta paura fino a quando ho deciso di ammettere a me stesso di non credere in un Dio oltre che in quasi niente di metafisico.

I personaggi, come questo Franz, nascono anche dalla frustrazione che io stesso ho provato all’inizio della mia carriera, quando volevo fare questo lavoro. Sono stato molto timido per tanti anni e quella timidezza ha condizionato parte della mia adolescenza.

Ovviamente tutto ciò mi ha fornito un bagaglio fatto di esperienze sia positive che negative che poi inserisco nelle storie che scrivo. Lo stesso Freaks Out nasce da un’esperienza molto importante per me che è legata alla morte improvvisa di mio padre avvenuta un mese prima che uscisse Jeeg Robot. Una morte d’impatto e atroce. Il mese dopo è cambiata la mia carriera, ho avuto tutti i produttori addosso, il film ha avuto successo, chiunque voleva lavorare con me ed  io mi sono trovato in una situazione strana, di elaborazione dato che non sapevo di chi potermi fidare, mi mancava una figura di riferimento come lo era mio padre.

Dopo aver scritto il soggetto di Freaks Out mi sono accorto di quanto autobiografico ci fosse al suo interno e che in realtà nella mia vita avevo fatto gli stessi errori dei protagonisti. Come Fulvio, Mario e Cencio mi ero trovato un padre surrogato per continuare a sentirmi figlio, come loro vanno da Franz per sentirsi protetti, infatti mi ero avvicinato a determinate persone che mi facessero sentire indirizzato ma dall’altra parte, come Matilde, non mi ero arreso alla morte, alla separazione e continuavo a cercarlo. Arrivato ad un certo punto ho capito che se vuoi sopravvivere devi diventare il padre di te stesso e poi quando lessi il soggetto, forse inconsciamente, sono maturato insieme ai miei personaggi e in qualche modo ho elaborato la morte di mio padre. 

A cura di Francesco Latilla e di Francesco Subiaco

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